Chromidotilapia guntheri guntheri

Chromidotilapia guntheri guntheri è forse la specie più conosciuta del genere.
Si tratta di un altro bellissimo rappresentante che rientra nella famiglia dei ciclidi dell’Africa Occidentale, dove vive in fiumi, ruscelli delle grandi foreste pluviali dalle acque tenere e leggermente acide.
Il corpo è allungato, il profilo del capo piuttosto convesso, la bocca di notevoli dimensioni con labbra spesse e robuste.
La colorazione della livrea è di un bel giallo dorato con riflessi luminosi, la pinna dorsale ben sviluppata in lunghezza termina a salire, ed anche la caudale è ben proporzionata ed arrotondata alle estremità.
Le pinne ventrali ed anali hanno un colore giallo tenue e presentano striature azzurre molto belle, particolarmente luminose.
Il dimorfismo sessuale si rende possibile in base alla colorazione della pinna dorsale, in quella delle femmine infatti possiamo notare, come da foto, una striatura gialla in lunghezza orizzontale particolarmente luminosa, accesa, ed inoltre nella parte ventrale mostrano una macchia estesa di colore rosso-violaceo.
Gli esemplari adulti in acquario raggiungono circa 12 cm di lunghezza, anche se in natura, a secondo delle zone ove Chromidotilapia guntheri guntheri vive, raggiunge dimensioni anche intorno ai 20 cm.

Il suo habitat naturale infatti, ricopre un territorio particolarmente esteso, ed è stato notato che gli esemplari che vivono nelle acque prossime alle savane, spesso con acqua anche salmastra, raggiungono dimensioni maggiori rispetto a quelli che vivono nelle acque dolci; forse ciò è dovuto anche ad un fatto di alimentazione e diversa tempra che la natura impone loro.
In acquario il loro comportamento è piuttosto pacifico, non dimentichiamo mai che sono ciclidi, e se non trovano le giuste condizioni vitali sono più solleciti di altri pesci nel dimostrarlo, e a ragione.
Vasche grandi, almeno 150 litri per non correre rischi di comportamenti inaspettati, è possibile tenere una ricca vegetazione ma non con piante troppo esili e piccole.
Anche guntheri infatti ama scare nel fondo biascicando con le sue robuste labbra, altro tipico comportamento dei ciclidi.
Riveste notevole importanza il filtraggio dell’acqua, che deve essere mossa da una leggera corrente, per l’arredamento della vasca poi non dovrebbero mancare grotte e anfratti ricavati da sassi e rocce, in cui ama ripararsi e recarsi al momento della riproduzione.

La sua alimentazione deve essere ricca, variegata, è un pesce robusto, ama essere nutrito anche con cibo vivo, larve di zanzara, chironomus, cibo secco liofilizzato ed anche vegetale.
Al momento dell’accoppiamento le femmine assumono una colorazione ancor più splendente e luminosa, ed anche questa specie appartiene al gruppo degli incubatori orali, ed entrambi i genitori si occupano della cura della prole prendendo in bocca, prima le uova, poi gli avannotti quando riscontrano situazioni di potenziale pericolo.
Gli avannotti in genere sono molto numerosi, anche se la cattività incide sempre sulle condizioni dei pesci allevati.
Importante mantenere l’acqua pulita, temperatura di 26-27°C, leggermente acida (ph 6,2-6,6), tenera (4-5° dgh), in natura vive anche con durezze prossime ad 1° dgh e dkh.
Possiamo cimentarci nell’allevamento di Chromidotilapia guntheri guntheri con passione e attenzioni: saranno ripagate.

Dall’arte culinaria all’arte di amare

Che c’è di male a “prendere il partner per la gola”? Si sa che il piacere passa anche per lo stomaco perciò possiamo prendere spunto da questi piccanti consigli per risvegliare la libido sessuale.

Sicuramente non dobbiamo farci troppo influenzare da “voci di corridoio” o preparare compulsivamente pasti a base di certi alimenti per avere performance sessuali al top, però è anche vero che qualche volta un aiutino non guasta! Chiunque avrà sentito parlare dei fatidici “cibi afrodisiaci”, ma cosa sono realmente? E che potere nascondono? Afrodisiaco (che deriva dal nome della dea greca Afrodite, dea della bellezza, dell’amore, della sessualità, della sensualità e della lussuria) è una qualsiasi sostanza assunta allo scopo di esaltare la libido o migliorare le prestazioni sessuali (vincere blocchi e riluttanze, aumentare il desiderio, assicurare migliori prestazioni, ecc.) e quel che è certo è che non si tratta di un’invenzione moderna poiché questi cibi erano conosciuti (e ampiamente utilizzati!chissà come mai…) da popoli quali greci, romani, egiziani, aztechi: gli antichi la sapevano lunga! Che tu, lettore, sia un lui o una lei, se prepari la cena al tuo partner non dimenticare di metterci un po’ di “passione” senza dimenticare che anche gli altri sensi, e non solo il gusto, devono essere soddisfatti a cominciare dalla tavola se vogliamo soddisfare qualche altra cosa dopo Allora possiamo aprire i nostri orizzonti sugli alimenti da degustare con il proprio partner prima del “dopocena” per aumentare il desiderio sessuale.

Dulcis in fundo, ma non per importanza, il cibo degli dei: il CIOCCOLATO. Le prime notizie riguardanti il cioccolato nella storia risalgono agli Olmechi e poi ai Maya (entrambe civiltà precolombiane, intorno al 1000 a.C.) che iniziarono a chiamare la pianta di Theobroma cacao con la parola “kakaw”, utilizzato dagli Aztechi e gustato dai nostri palati grazie a Colombo e Cortez che portarono i semi di cacao in Europa a seguito dei loro viaggi nelle Americhe. Ma a cosa sono dovute le sue proprietà afrodisiache già conosciute dai precolombiani? Tra le sostanze presenti nel cacao c’è la teobromina che influenza il sistema nervoso centrale agendo come stimolante e aumentando energia, prontezza di riflessi, concentrazione e desiderio sessuale. Sono presenti anche piccole dosi di feniletilamina prodotta in modo naturale dal nostro organismo durante l’innamoramento che ha come effetto il rilascio di dopamina, neurotrasmettitore legato al piacere in relazione al soddisfacimento a fame, sete e pulsione erotica.   Secondo il Journal of sexual medicine, chi mangia almeno un cubetto di cioccolato fondente al giorno ha più voglia di fare sesso: se qualcuno vuole cimentarsi faccia però attenzione alle calorie! Che fosse conosciuto come cibo degli dei per questo?? Ai posteri l’ardua sentenza.

Insegnare può far male alla salute: rimedi utili contro la Sindrome di Burnout

Insegnare può far male alla salute” è il tema del Convegno tenutosi a Cosenza il 15 giugno 2015. Il professor Ferruccio De Rose, psicologo del Dipartimento di Salute Mentale di Cosenza, riferisce che negli ultimi anni, la percentuale delle patologie psichiatriche che colpisce gli insegnanti è davvero allarmante, superando addirittura quella di altre categorie lavorative. Gli insegnanti manifestano livelli elevati di esaurimento emotivo, stress e depersonalizzazione.  Tra le principali cause troviamo:

  • L’indisciplina degli studenti;
  • Lo scarso riconoscimento sociale verso la professione;
  • I conflitti con i colleghi e i superiori;
  • Scarse opportunità di carriera….

Ebbene, quando i soggetti coinvolti nelle cosiddette relazioni d’aiuto, tra cui gli insegnanti, si sentono sfiniti, bruciati, scoppiati, passano da uno stress cronico ad una situazione molto più complessa chiamata Sindrome di Burnout, termine nato negli anni Trenta, nell’ambito sportivo, che significa letteralmente “scoppiato”. Tale sindrome si manifesta con uno stato di forte malessere, fatica, inefficacia lavorativa e sofferenza.

Come sfuggire quindi al Burnout? Per il momento, risponde il professore, non esiste alcuna strategia di intervento concreta, ma un “aiuto” lo si potrebbe trovare nell’Apologo dei porcospini, di A. Schopenhauer, formulato nel 1863.

Alcuni porcospini, in una fredda giornata dinverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo luno dallaltro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quellaltro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.

L’apologo, che fra l’altro si adatta bene per ogni tipo di dilemma, è un invito al recupero dell’etica lavorativa e relazionale nel luogo di lavoro. Comunque alla luce di tutto ciò, sono sempre più convinta che l’insegnamento non sia un lavoro come un altro: è pura vocazione. Chi non è portato concretamente ad essere coinvolto con l’altro, ad amare questo tipo di lavoro sarà più facilmente destinato ad essere aggrovigliato in una dimensione che non gli appartiene e che giornalmente diventa più stretta, ed è proprio in tale condizione che inevitabile si rischia di essere “attaccati” dal Burnout.

Mi piace lasciarvi con una citazione di Lev Tolstoj (da me già utilizzata anche nell’articolo “Lavoro e Famiglia: è possibile conciliarli?”) a cui ricorro nei momenti di stanchezza psicofisica, proprio per ritrovare la spinta che ha sempre animato quella che considero la mia missione: “Possiamo vivere nel mondo una vita meravigliosa se sappiamo lavorare e amare, lavorare per coloro che amiamo e amare ciò per cui lavoriamo”.